Pena di morte, la vittoria
italianaiù di tre miliardi di
persone nel mondo condannate ad una morte prematura
di
Antonio Cassese - 19 Dicembre 2007 - da repubblica.it
L'approvazione, a
maggioranza assoluta, della risoluzione sulla moratoria della pena di morte è
stata una grande vittoria dell'Europa ma anche e soprattutto dell'Italia, la cui
diplomazia, abilmente diretta dal ministro degli Esteri, ha svolto un'azione
intelligente ed efficacissima a New York. Con la risoluzione si segna un punto
fermo in una battaglia di civiltà.
La risoluzione non obbliga gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali e tanto
meno ad abrogare le leggi nazionali che prevedono la pena capitale. Li esorta a
farlo. Ha dunque solo un alto valore simbolico, è solo uno strumento di
pressione morale? No. Essa produrrà anche importanti effetti pratici, il cui
significato si potrà forse percepire soprattutto nel lungo termine.
Il primo consiste nel fornire un importante strumento di legittimazione politica
ai numerosi Governi che vorrebbero applicare la moratoria o addirittura abolire
la pena di morte, ma sono ostacolati dall'opinione pubblica interna o da alcuni
movimenti politico-religiosi, che si accaniscono a voler punire l'assassinio (ma
anche altri reati meno gravi) con la morte.
Questi Governi potranno ora invocare la risoluzione come autorevolissimo avallo,
a livello mondiale, della loro azione a favore della moratoria. Altri Governi,
che cominciano ad aver dubbi sull'opportunità della pena capitale, potranno
essere indotti dalla risoluzione ONU a ridurre almeno il numero di reati
implicanti quella pena, o ad introdurre garanzie processuali efficaci contro
ogni arbitrio. Ad esempio di recente la Cina ha limitato il numero di crimini
per cui è comminata quella pena, ed ha attribuito alla Corte Suprema,
sottraendola dunque alle corti locali, ogni decisione finale in materia. Su
questa strada la Cina, che pure ha votato contro la risoluzione e continua ad
essere lo Stato con il più alto numero di esecuzioni, potrà fare altri passi
avanti, spinta dalla pressione dell'ONU.
Gli altri effetti pratici la risoluzione li produce nel quadro dell'ONU. D'ora
in poi la questione della pena capitale è iscritta automaticamente all'ordine
del giorno di ogni Assemblea Generale, per essere discussa ogni anno. Dunque,
una questione che finora era tabù in seno ai massimi organi dell'ONU, diviene
finalmente oggetto "normale" di dibattito politico-diplomatico. Si ha finalmente
una presa di coscienza collettiva della necessità di ingerirsi in un recesso
finora impenetrabile della sovranità statale, e di parlarne liberamente.
Un altro effetto della risoluzione è che d'ora in poi i vari organi dell'ONU
sono automaticamente autorizzati a "lavorare" ed operare su questo tema. E già
si sa che l'Alto Commissario per i Diritti Umani intende istituire una "task
force", anche per assistere i paesi che vogliono gradualmente introdurre serie
limitazioni alla comminazione della pena capitale.
Un altro effetto è non meno importante: d'ora in poi ogni anno il Segretario
Generale dell'ONU dovrà presentare all'Assemblea Generale un rapporto
sull'attuazione della risoluzione approvata ieri: per elaborare questo rapporto,
egli dovrà ottenere dagli Stati membri dati e informazioni sulle esecuzioni
capitali, sui reati per cui sono state effettuate, nonché sui casi di
sospensione dell'esecuzione. E così paesi che finora hanno accuratamente celato
quei dati, come la Cina, dove la materia è ancora un segreto di stato, dovranno
fornirli, perché a chiederli non saranno più organizzazioni non governative, ma
un autorevolissimo organo dell'ONU. Si avrà dunque una più accurata e completa
informazione sulla pena di morte nel mondo e una maggiore trasparenza. Ma il
fatto stesso di dover dar conto all'ONU su quel che si fa nel proprio interno,
non potrà non costituire, per quei paesi, un incentivo psicologico e politico
notevole ad adoperarsi per sospendere gradualmente questa pena disumana.
Che la risoluzione sia suscettibile di produrre questi effetti, è anche il
risultato dell'abile strategia adottata dai nostri diplomatici a New York.
Essi, benché sicuri della vittoria al momento della votazione, hanno sagacemente
evitato ogni trionfalismo e il muro contro muro, per prevenire lo scontro
diplomatico e l'umiliazione politica degli avversari. Favorendo invece toni
concilianti, isolando i "pasdaran" e intensificando il dialogo con i moderati,
essi hanno privilegiato un'azione volta a convincere i sostenitori della pena
capitale della necessità di discutere pacatamente di questa pena arcaica, per
trovare alternative o almeno limitare la sua portata o rendere la sua esecuzione
meno disumana. Uno dei risultati immediati di questa "offensiva del dialogo" si
è visto ieri stesso: gli avversari della risoluzione hanno rinunciato a tutte le
manovre procedurali che avevano messo in atto un mese fa, in Commissione e -
tranne Barbados, Nigeria e Singapore - non hanno usato toni aggressivi contro la
risoluzione.
La risoluzione non è dunque un punto di approdo di una battaglia diplomatica, ma
un punto di partenza, l'inizio di un processo politico-diplomatico da favorire
con pazienza e tenacia per arrivare tra dieci o venti anni alla scomparsa
definitiva del boia.
Questo successo della nostra diplomazia dimostra anche che per una media Potenza
come l'Italia, c'è uno spazio importante in politica estera in cui affermarsi.
E' uno spazio che si colloca non nel campo militare, strategico o geopolitico,
ma piuttosto in quello della difesa di valori universali, e della promozione
tenace dell'Europa come forte attore ed interlocutore politico - per ora
soprattutto potenziale - a livello planetario.
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IL TESTO DELLA MORATORIA APPROVATO DALL'ONU
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LA STORIA DELLA MORATORIA ONU